sabato 5 novembre 2016

Non solo cinema: Stoner

John Williams è il più famoso tra gli scrittori sconosciuti, e Stoner è il più bel romanzo che non avete mai letto.
No, non è la mia presunzione a parlare e a dedurre che voi non abbiate mai letto Stoner, quella sopra è la frase che dicono tuttituttitutti quando parlano di questo romanzo, e mi sembrava un buon modo per iniziare il primo post su Williams. Spoiler: non sarà l'unico, perché è sbocciato in me il seme dell'amore.

La prima notabile cosa del signor autore è che tutti i suoi romanzi hanno copertine bellissime, di quelle che ti fanno scegliere un libro in libreria senza saperne niente. A voi una rapida carrellata:





Amici di Fazi: Bravi.

Torniamo al romanzo che al momento occupa i miei pensieri in modo costante.
Stoner è il cognome di un uomo, che di nome fa William. È un uomo come molti. Lascia la poverissima famiglia di contadini per studiare Agraria all'università, sperando di portare un valore aggiunto al lavoro di famiglia, ma gli viene fatto notare da un illuminato professore di avere in realtà la passione per l'insegnamento. E con la trama la chiudiamo qua, anche se sono convinta che raccontarvela non toglierà nemmeno un briciolo di valore all'incantevole libro che spero abbiate già tra le mani.

Cosa distingue William Stoner dagli altri uomini? Niente. È l'emblema della mediocrità, della vita che ci si aspetta da un uomo comune. Fa il percorso che i genitori vogliono da noi figli: studia, e intanto lavora ché è un uomo responsabile e si mantiene, conosce una ragazza, la sposa, mantiene il lavoro per tutta la vita.
Ho iniziato a piangere a pagina due e vorrei, VORREI, che questa fosse una delle solite esagerazioni di cui il mio linguaggio è pieno. Vi sia chiaro, però, che a Williams non interessa contare le vostre lacrime, e che di certo il suo interesse principale non è commuovere. E se lo è, (in quel caso gli augurerei le peggiori notti sul water), lo nasconde molto bene.
Cosa commuove così tanto nella banale storia di Stoner?
Credo che nelle sue poche pagine, è un romanzo che si legge in tre/quattro giorni. anche meno se siete presi quanto lo ero io, dia spazio ad ogni lettore per trovare quel quid che colpisce forte e fa un po' male. Il mio, ormai lo sapete, sono le storie familiari. I genitori di William sono persone poverissime, che vivono del loro lavoro nei campi e che non hanno alcuna pretesa. Le scene, che sono nelle prime pagine e quindi non sono un'anticipazione, in cui i genitori spendono i pochissimi risparmi della famiglia per comprare vestiti nuovi per partecipare alla laurea del figlio, o quella in cui, completamente fuori luogo, arrivano all'università, mi hanno stretto lo stomaco. E vi ci vedo a chiedermi se questa commozione fosse data dalla dolceamara descrizione dei sacrifici che i parenti fanno per gli adoratissimi figlioli. NO, non lo è. Nessuna descrizione del profondo sentimento di amore che ti spinge a privarti del pane pur di vedere l'erede avere tutto quello di cui abbisogna. Ad onor del vero, nessuna descrizione di alcun sentimento. Quasi mai. Va da sè che le poche emozioni esposte mi hanno devastata. Per la maggior parte del tempo non abbiamo accesso nè alla sua mente nè al suo cuore, poi succede che ogni tanto questa nebbia si spanna e ci è data un po' di visibilità, che colpisce forte.

Insomma, il giovane Stoner si laurea. Non in quello che la famiglia desidera, ma si laurea. Inizia il futuro radioso del giovane professore appassionato? Eh, insomma. La vita personale va male, quella professionale a rilento. E lui, William, sta lì, a guardare la sua vita scorrere senza mai prendere il volo, e lui la lascia fare.
Quanto mi sono arrabbiata, con quel Willy che avrei tanto voluto vedere felice.
Non credo certo nelle idilliache vite delle pubblicità, ma una gioia UNA gliel'avrei voluta donare. Un lavoro gratificante, un amore vero, una fonte di soddisfazione. Eppure lui, porca miseria, non fa niente per andarsele a prendere, eh, le gioie. Si accomoda in questa vita che gli è stata donata, così come gli è stata donata, e l'ha vissuta senza provare a migliorare alcunché. Ogni cosa successa gli è piovuta dal cielo, gli è stata suggerita, incoraggiata, consigliata. Ma lui, di suo, niente. Accomodato in un'esistenza mediocre.
Perché?
Perché ci fa paura concederci la possibilità di provare ad essere felici? Perché la comodità ci blocca così tanto, perché uscire dalla comfort zone fa così paura? Perché la mediocrità è così confortevole?
Mi tocca dirvi che Williams non conclude il romanzo con una gran morale che dà tutte le risposte.
E forse meglio così.

Sapevo che sarebbe stato bello, voci che considero autorevoli me ne avevano parlato in modo estasiato. Se possibile, lo è stato ancora più di quanto mi sarei aspettata.

6 commenti:

  1. Gran bel romanzo, asciutto e commovente. Williams è una specie di "Clint Eastwood" della letteratura: riesce a strapparti il cuore senza ricatti e senza edulcorare le storie che racconta. Stoner è una persona normalissima, che ci ricorda in ogni momento che cosa sia la dignità. Bellissimo.

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    1. Non vedo l'ora di approfondire la conoscenza del signor Williams con gli altri due libri, ne sono rimasta folgorata!

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  2. Uno di quei titoli che, insieme a Roth e Saramago, voglio provare entro l'anno.

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    1. Saramago è anche tra i miei, Roth è un vecchio amico. Stoner, però, lo amo di più

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