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sabato 26 ottobre 2013

Requiem

13:50
(2006, Hans-Christian Schmid)

Presenti Spoiler, che comunque vi coccate lo stesso se cliccate sul nome della pora ragazza.



Vi devo raccontare un po' di fatti miei, perchè lo vedo che siete lì troppo curiosi e volete tassativamente sapere.
Io, per quanto incredibile possa sembrare, canto in un coro di musica sacra. Domani sera il mio coro (che se volete sbirciarci, è questo) si esibirà in un concerto. Lo volete sapere cosa cantiamo?
Questo:


Un REQUIEM.
Un bellissimo Requiem, se mi è concesso.
Ne consegue che mi è tornato alla mente questo film, che mi affascina e incuriosisce più o meno dal momento della sua uscita, ma che, per i motivi che vi ho raccontato qui, non ho mai avuto il coraggio di guardare, nonostante le calde raccomandazioni di Frank di Visione Sospesa.
  
Requiem ripercorre la storia di Anneliese Michel (clic sul nome per leggere cosa vi racconta Wiki), ragazza tedesca morta dopo essersi sottoposta a sedute di esorcismo.
Sì, per i più la sua storia è nota grazie ad un altro film, L'esorcismo di Emily Rose.

In questo caso invece di Emily abbiamo Michaela, 21enne tedesca affetta da epilessia che si allontana da casa per frequentare l'università. L'aumentare delle crisi comincia a far sospettare che in realtà Michaela non sia semplicemente malata.



Terminata la visione, quello che rimane marchiato nella mente è l'ultimo sguardo di Michaela. Mi spiego: in una pausa dagli esorcismi, la ragazza esce a fare una passeggiata con l'amica Hanna. Quest ultima, ferma nel suo pragmatismo, continua a dirle che in lei non c'è niente, che dovrebbe solo farsi curare, mentre Michaela dice semplicemente di essere 'pronta' ad accogliere le sfide che Dio ha in serbo per lei. Risalgono in macchina, e la giovane guarda di fronte a sè con uno sguardo talmente rassegnato e sereno che mi ha gelato le ossa.
Una totale accettazione degli eventi, un atteggiamento completamente rilassato, di completa sottomissione alla volontà di Dio. 


Salvo che poi appare l'agghiacciante scritta che ci comunica la morte della ragazza per deperimento.

Quello che distingue nettamente Requiem da qualsiasi altro film che tratti la stessa tematica, è il fatto che si eviti, con una classe incredibile devo dire, di puntare allo shock. Le scene 'impressionanti' sono veramente poche, niente viso rovinato dalle cicatrici, niente versi strani (solo qualche smorfia, perchè in fondo Satana è una personcina simpatica), niente contorsioni (ok, forse un pochino), niente usi impropri del crocifisso e niente vomito verde.
Dimenticate Reagan.
Sembra che il Diavolo in questo caso non punti ad 'approfittare' di un corpo innocente, quanto invece punti a 'rubare' un'anima così devota come quella di Michaela al suo eterno rivale, ad allontanarla dalla sua fede, anche fisicamente, tanto è vero che le sue mani si contorcono pur di impedirle di toccare un rosario o un crocifisso.
Che poi sì, è quello che la Chiesa afferma da sempre, ok.

E qua poi possono nascere due scuole di pensiero. Per i credenti questo può essere forse un gran motivo di arrabbiatura. Ma come, Dio? Io ti prego, ti ringrazio per quello che mi hai dato, frequento la tua Chiesa, mi sforzo di essere una brava fedele, e tu mi fai questo? Dopo tutto quello che ti ho dimostrato finora, tu mi vuoi mettere alla prova? Perché?
Per gli atei, invece, può essere tutt'altro. Michaela comincia a dimenticare i farmaci, la sua malattia ritorna più forte di prima, e lei, nel suo fervore religioso, attribuisce la colpa a qualcosa che non esiste anzichè farsi curare. Anzi, la sola idea dell'ospedale la fa infuriare. E poi, lei muore di stenti, in pratica. Si dice testualmente 'per deperimento'. Se non mangi muori, fine della questione. Non ci sono dèi, e non ci sono demoni.



In questo, Schmid rimane neutrale. Il suo intento sembra essere quello semplicissimo di narrare la storia di una ragazza. Al buonsenso di ognuno sta la decisione.

Così come sta al mio buonsenso fare il nome di Sandra Huller, l'attrice che interpreta Michaela. Finissima, mai esagerata nemmeno nei momenti più drammatici. Il film ruota interamente intorno a lei, tutto il resto è solo una cornice che decora il suo incredibile talento.

Musica ridotta all'osso, colori tenui, locations quasi scarne, è quasi un film minimalista. Sicuramente è un film incredibile, qualunque sia la vostra opinione su questi argomenti.

Ma, se credete in Dio, fa una paura maledetta.

mercoledì 29 maggio 2013

Maripensiero: Tratto da una storia vera

13:33

Ovvero: studio di uno dei più frequenti fenomeni di costume insito nella cultura cinematografica contemporanea, e analisi comparativa di due esempi.


Quante volte l'abbiamo letto? Alla fine di un trailer (o, peggio, all'inizio), nelle prime pagine di un romanzo, addirittura sotto videoclip musicali.
Le storie vere sono ovunque, ci circondando, si prendono gioco di noi, della nostra buona fede e delle nostre paure.
E, come spesso accade, diventano una mania.

Questo, semplicemente, perchè il mondo è pieno di orrore, e spesso è molto più facile usare la terrificante realtà che non fare uno sforzo di fantasia. Il che non sarebbe una cosa completamente sbagliata, se non fosse che la semplice espressione 'Tratto da una storia vera', è diventata una fonte di incremento dei guadagni, una mera azione commerciale al pari dei remake e dei mockumentary.

Quindi, a prescindere, NON. MI. PIACE.



Tutto inizia nel 1906, anno di nascita di quel fetentone di Ed Gein.
Ve lo presento: tale personaggio è stato uno dei più famosi serial killer americani, colpevole di 3 omicidi accertati e di almeno 6 sospettati. E non si limitava ad uccidere delle persone, no. Per i dettagli, tutti qui, che la cameretta è un luogo immacolato.

Tutta la scia dei film tratti da eventi reali ha origine dai film tratti dalla follia di questo tizio. Fortuna (o talento, maestria, grandissime capacità, chiamatela come volete) ha voluto che i principali lavori che si ispirano a lui siano Gran Film. Tanto per dire che lo stesso Psycho è a modo suo un film tratto dalla storia vera di Gein. Purtroppo non sarà sempre così.

Da quel momento in poi, apriti o cielo: tutto tratto da storie vere. Tutto. Anche le storie vere.
Fino ad arrivare al 2013, in cui ogni singola storia di fantasmi, poltergeist, lampadari che ballano, bambine possedute e armadi che si aprono è una cavolo di benedetta storia vera.
L'esempio più emblematico è sicuramente la saga di The Amityville Horror.



Ce ne sono 10, in tutto, tra sequel e remake. Tutto ha origine con la storia della famiglia DeFeo, ritrovata morta nella casa al 112 di Ocean Avenue di Amityville (There's a place off Ocean Avenue, where I used to sit and talk with you, we were both 16 and it felt so right, sleeping all day, staying up all niiiiiiiiiiight, staying up all niiiiiiiiiiiiiiiiiight*).

La casa fu messa in vendita e comprata dai coniugi Lutz, che furono i primi a dicharare stregata l'abitazione. Seguirono esorcismi, riprese televisive, e 10 film. Ad oggi, è molto accreditata la teoria secondo cui i Lutz si siano inventati tutto di sana pianta.
Considerando che il primo film è del 1979 e siamo ancora qui a parlarne, sicuramente hanno fatto un buon lavoro creativo, poco ma sicuro.

Parlare di tutti i film che riportano l'originale dicitura è pressoché missione impossibile, quindi ne ho scelti due, uno famosissimissimo al limite della decenza e uno che in Italia manco c'è arrivato.

Il Vip è, manco a dirlo, L'esorcismo di Emily Rose, film del 2005 diretto da Scott Derrickson.



La prima volta ho visto questo lavoro con gli occhi coperti e Biagio Antonacci nelle orecchie. E a me Biagio Antonacci manco piace, tanto per farvi capire. Ero in periodo no-horror post Esorcista.

Poi ho scoperto Session 9 e mi è venuta voglia di indagare più a fondo sul buon Scotty.

Emily Rose è una studentessa che, una volta trasferitasi per gli studi universitari, scopre di essere affetta da epilessia. La sua famiglia, però, ritiene che lei sia invece posseduta da un demone. Le viene praticato un esorcismo, ma la ragazza muore. L'intero film quindi ruota intorno al processo a cui è sottoposto il parroco che aveva effettuato l'esorcismo.

Sebbene il film non sia proprio una disgrazia, si può tranquillamente dire che tutto il suo successo commerciale ruoti intorno al 'Tratto da una storia vera'. Storia vera e drammatica della giovane Anneliese Michel, che vi invito a non leggere se, come me, siete sensibili a determinate tematiche.

Insomma, Derrickson ha saputo sfruttare l'origine (per quanto tragica e delicata) del suo film a suo favore, probabilmente l'ennesimo banale film di possessione non se lo sarebbe filato nessuno.

Il secondo film di cui volevo parlarvi è When the lights went out, uscito nel 2012 con la regia di Pat Holden.



Questa volta parliamo della famiglia Maynard, che si trasferisce in una nuova abitazione dove non sono soli. Storia di fantasmi, quindi, ispirata alla vicenda del monaco nero di Pontefract, noto ad oggi come il poltergeist più violento d'Europa.

Anche in questo caso, film guardabile, niente di eccezionale ma comunque non un fallimento. In questo caso, però, il famigerato 'Tratto da una storia vera' era assolutamente inutile. Se il fenomeno Emily Rose ha aperto gli occhi su una vicenda realissima, qui non è servito a niente.

Anneliese Michel è esistita, era una persona in carne ed ossa. Parlarne, raccontare la sua storia, era quasi doveroso. Il film di Derrickson ha invogliato le persone ad informarsi, cercare, voler capire. Poi uno sulle possessioni può avere la propria opinione e vederla in qualsiasi maniera. Ma lei è comunque una ragazza morta in un modo assurdo.

Fare un film di fantasmi su una storia considerata reale, è una grande presa in giro. Prendete l'esempio Amityville, no? Tanto rumore per nulla, alla fine con ogni probabilità si erano inventati tutto. E quante altre volte delle famiglie avranno contattato la stampa inventando storie di presenze ed eventi sovrannaturali per avere 5 minuti di gloria?

È necessario continuare a farci film?

Per quello basta Mistero.

*

domenica 17 marzo 2013

Sinister, Scott Derrickson

13:45

Titolo originale: Sinister

Anno: 2013

Durata: 110 min.

Trailer:



Il giorno prima di andare al cinema a vedere Sinister ho letto qualche recensione in giro, una delle quali (non ricordo quale, perdonatemi) diceva: 'Non si fa mancare niente, nemmeno i bambini indemoniati.'

AltAltAlt. Io con i piccoli indiavolati non ci voglio avere niente a che fare. Mi fanno PAURA. No.

Ma ero troppo curiosa, aspettavo questo film da un sacco, non vedevo l'ora di godermelo.

Morale della faccenda: mi è piaciuto.

E in fondo bambini indemoniati veri e propri non ce ne sono.
 
 

Allison (ecco, questo no. Allison è un nome da donna, cribbio) è uno scrittore di crime story, che da anni non riesce a replicare il successo del suo libro più famoso. Decide quindi di trasferirsi nella casa che è stata luogo di un crimine terribile qualche anno prima, e di scriverne la vicenda.

La famiglia che viveva tra quelle mura è stata impiccata, e la figlia minore è scomparsa da allora. Indagando nella vicenda, però, Allison scoprirà che non si tratta solo di questo.

Infatti si tratta di un film maledettamente inquietante. Al di là dei semplici spaventi (che comunque ci sono eh, nella sala è anche partito un vigoroso 'Vaffanculo!' di un tizio qualche fila dietro di me) c'è proprio un'aria angosciosa. Aiutata tantissimo da una musica che è quasi insostenibile.
 
In particolare, arriviamo al momento in cui Allison (ciccino di un Ethan Hawke che se l'è fatta sotto!) sale in soffitta e trova uno scatolone pieno di pellicole. Le guarda, e tutte riprodurranno degli snuff. Omicidi live, solo su radio Sinister.

Ecco, questi filmati in sé non fanno paura, e nemmeno tanto impressione. Ma hanno questa musica maledetta in sottofondo, che ti gela le ossa.

La vicenda si allarga, il numero di omicidi è più alto di quanto si pensasse e le cose peggiorano per Allison e la sua salute mentale, che si ritrova ad affrontare cose che, a inizio film, almeno, sono reali. Possibili. E quindi attaccarsi alla bottiglia di whisky è l'unica reazione possibile.

Fino a quando la storia si complica, si esce dall'ambito ora quasi rassicurante della realtà e si entra nel sovrannaturale. E la mente, già provata, non può reggere.



È un declino. Allison rischia di impazzire, ma ormai è entrato nel gioco, e non può uscirne, perchè quando una cosa ti tocca in questo modo ne resti quasi ossessionato, e devi risolvere la matassa.

Quando poi la matassa si risolve, ecco che pensi: Mah, a questo punto era meglio non risolverla.

Le scene di tensione ci sono, quasi tutta la vicenda è al buio, in un buio che si presta alla perfezione alla prima partita di un-due-tre stella tra un uomo e dei bambini che non si capisce ancora se non vivi o meno.

Ecco, forse il finale non mi ha fatta impazzire. Era da metà film che pensavo: 'Ti prego fa che non finisca così, ti prego fa che non finisca così. .'
 
E invece finisce proprio così.

 
La pecca che più mi ha infastidito è la sindrome da terrore notturno di cui è afflitto il figlio maggiore di Allison e consorte. Creare scene di tensione e spaventi con questa mi ha lasciato un po' meh. La storia si prestava bene già da sé a far nascere situazioni paurose, non c'era bisogno anche di quello. L'ho trovato solo pesante.

A parte quello, ogni tanto si fanno anche un po' di risate, che non guastano.

Osservazione finale: avete mai notato come si agitano le sale quando si guarda un film horror? Le persone parlano il triplo del solito, a voce più alta, ridono sguaiatamente quando si spaventano, mangiano pop corn all'aglio come l'incivile di fianco a me. . Disperati tentativi di stemperare la tensione, è una cosa carinissima!
 
E a fine post ho scoperto che Allison si scrive Ellison.


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