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lunedì 15 maggio 2017

Personal shopper

18:28
Dove ci sono i fantasmi ci sono io. Anni di blogging, anni di cinema, ma il mio cuore è sempre con gli ectoplasmi, sono i miei preferiti.
Arriva quindi una cosa molto intrigante, ci sono i fantasmi, io in visibilio. Poi scopro che si parla di fratelli, ouch. Tema sensibile. Cautela.
Non so che aspettative avessi, ma alla fine Personal shopper è stato una sorpresa incredibile.


La personal shopper del titolo è Maureen, che vive a Parigi facendo appunto acquisti per una villanissima divetta, mentre aspetta segni dall'aldilà da Lewis, il suo gemello morto da poco.

Partiamo da un presupposto: c'è qualcosa, nella Stewart, che mi causa un'irritazione quasi fisica. Mi rendo conto che questa sia una frase davvero maleducata e infantile, e vi garantisco che non ha nulla a che vedere con Twilight. C'è solo qualcosa nel suo viso, nella sua gestualità e nelle sue movenze che proprio mi fa antipatia. Quindi ideona guardare un film in cui c'è praticamente solo lei.
Però c'è un però.
Quel suo viso così statico, con quelle espressioni che davvero non apprezzo, è sfruttato alla perfezione col personaggio di Maureen. Tipo Affleck in Gone girl per intenderci: ha la faccia da babbo, ma siccome è babbo anche il personaggio allora tutt'apposto.
Dico che è perfetta perché Maureen è bloccata. Ha un lavoro che non le piace, un ragazzo lontano, un fratello perso per sempre, pochi rapporti umani che non siano filtrati dalla tecnologia. Anche le comunicazioni con l'aldilà sono virtuali. È in piena elaborazione di un lutto mostruoso, con un dono da imparare a gestire (è una medium), e l'unico umano che ha vicino è proprio quello che più di ogni altro le ricorda il fratello.
Eppure sta lì, non scappa da una vita triste e insoddisfacente, non si avvicina agli amati per farsi aiutare. Sta lì perché lei e Lewis si sono fatti una promessa, e lei si aspetta che il fratello la mantenga.
Lo farà? Mettetevi comode ment curiose, perché non lo sapremo mai.
Quello di Assayas è uno di quei film in cui il regista lancia il sasso e poi ritira la mano, impedendoti di avere la minima spiegazione. Se ti sta bene ricostruisci tu, se non ti sta bene, beh...il film è comunque così.
Ed è bellissimo. È lentissimo, e angosciante più per il ritratto dei rapporti umani che ne esce che per la questione sovrannaturale. Poi ci sono anche i fantasmi, ma poiché su quelli io non sono oggettiva mi astengo dal giudizio. È una lunga elaborazione del lutto, attraversata parlando del mondo, della società, del mondo della moda, della vita dopo la morte, degli affetti e delle persone, delle scelte che facciamo e di quelle che per un motivo o un altro non siamo in grado di fare. Maureen avrebbe potuto andarsene da quel lavoro tanto detestato e iniziare una nuova vita, prendendosi il tempo di imparare a convivere con il dolore, invece resta lì. Si soffre anche un po' con lei, ogni volta che parlando con uno spirito spera sia il fratello e chiama il suo nome. Soprattutto in quella scena finale, che per ambientazione e scrittura è un colpo al cuore. Non vuol dire che si sappia qualcosa del destino di Maureen, ma se c'è un momento in cui l'empatia è massima è proprio in quella stanza d'albergo.

Non voglio dire che da adesso ho cambiato opinione sulla Stewart, ma magari facciamo che questo Assayas me lo vado a conoscere meglio, ok?

lunedì 8 maggio 2017

Fantasmi

18:38
Il giorno che per tutti è fonte di angoscia e tremori è il mio giorno di riposo.
Avrei potuto sfruttare la bella giornata di sole uscendo a fare due passi, godendomi un libro, guardando un film di Wes Anderson che ti rimette in pace con l'universo.
No, Coscarelli.


Phantasm parla di Mike, un ragazzino di 13 anni che ha perso da poco entrambi i genitori. Vive con il fratello maggiore, Jody, e vive nel terrore che anche lui lo lasci. Per questo, lo segue ovunque, ed è proprio durante uno dei suoi inseguimenti, mentre Jody è ad un funerale, che Mike scopre che il becchino del paese per qualche motivo si porta via le bare con i defunti.
È chiaro che non ne fa un uso, diciamo, legittimo.

Mi accorgo che sto guardando un film Grande, aldilà della fama che lo precede, quando c'è un dettaglio, o una scena, che mi colpisce in particolare. Qua potevano essere mille cose, il tono sempre in bilico tra il reale e l'onirico, l'atmosfera così malsana e lugubre (siamo spessissimo al cimitero), quel Tall Man così sinceramente inquietante.
Invece no, a colpirmi questa volta sono stati i suoni. Non solo la colonna sonora, che si piazza nel lobo frontale come una trapanata, per non mollarvi più, ma proprio tutti i suoni e i rumori del film, a partire dai suoni sinistri che Mike sente nel suo primo giro al cimitero in moto, e che poi si riveleranno essere i versi dei nani malefici (Coscarelli peraltro profeta dei giorni nostri che ha usato nani malefici in un film ben prima della notorietà del capostipite della specie: Berlusconi).
Ci sono poi i passi che risuonano in quella villa modesta e discretissima, il rumore delle lame che escono dalla sfera maledetta, le voci, le canzoni.
Sono pazza? È una sensazione che ho avuto solo mia? Ho trovato una versione del film particolarmente felice con l'audio migliroe mai sentito in un film con la sua età? O forse davvero una buona parte del fascino (indiscutibile nel modo più assoluto) di tutta la pellicola sta nella paura che mette con l'uso superbo che fa del sonoro?
Perché quel finale lì, che abbiamo visto un milioncino di volte e che è stato anche l'argomento della mia tesina di maturità, fa mille volte più effetto quando ci si arriva così provati.

Poi possiamo anche parlare della camminata spaventosa del Tall Man, se volete.
Oppure della combo micidiale delle due cose, e invece che parlarne ce la facciamo sotto e basta.

martedì 3 gennaio 2017

I am the pretty thing that lives in the house

13:39
Quanto tempo poteva passare prima che io guardassi un film horror sui fantasmi firmato da Netflix, dotato tra le altre cose di un titolo incantevole e di una locandina altrettanto bella?
Poco, infatti.



Lily è una giovane infermiera che viene assunta per badare ad un'anziana signora, che da giovane faceva la scrittrice di romanzi horror di scarsa qualità. Nella casa della signora succedono cose strane, ma discrete: non sbattono le porte e nessuno viene posseduto (con mio discreto sollievo). Solo che ci sono dei passi, della strana muffa sulle pareti, degli strani atteggiamenti della padrona di casa, che si ostina a chiamarla Polly..vuoi vedere che Polly esiste davvero?
Eh.

All'inizio del mio rapporto con Netflix amavo tutto quello che usciva dalle loro manine. Vuoi perchè ho iniziato con i loro splendidi documentari, vuoi perchè la prima serie di cui ho goduto è stata Sense8, le mie aspettative erano alle stelle, complici anche le recensioni entusiaste del web.
Sono rimasta delusa? NO, NO, NO.
I am the pretty thing that lives in the house è una storia semplice ma intensa, divisa su due epoche storiche (alla cui datazione risaliamo solo attraverso i dettagli) che sono, ognuna a modo suo, intriganti e visivamente bellissime. Perchè se la trama non è niente di sconvolgente sono le immagini a farla da padrone. Tutto è bianco, spoglio, minimale e lentissimo, i colori sono pochissimi e tenui, persino i movimenti sembrano appena accennati. E quando si parla di fantasmi è facile farsi prendere dalla frenesia e fare tutto veloce e pauroso. Qua le scene di spaventi sono generalmente un po' telefonate e convenzionali, eppure sono sinistre e goticheggianti. Sono accenni, frecciatine, strizzate d'occhio, fatti con una lentezza che può sembrare frustrante. (A me, però, è piaciuta tanto.)
Questo per noi spettatori, chiaramente, perchè la povera Lily se la fa sotto dalla paura e l'attrice (Ruth Wilson, a me sconosciuta) è stata BRAVISSIMA nel rendere questa paura. Secondo me poi la paura è la sensazione più difficile da rendere perchè in un attimo si sembra macchiette, lei invece è stata spontanea e credibilissima, tanto da passare paura per induzione a chi la guarda. Non c'era bisogno di vedere il fantasma (bellissimo madonna che bellissimo) per esserne spaventati: Lily ci trasmetteva da sè una paura incredibile.
In generale il film se la tira un bel po', ma a me quelli che se la tirano con ottimi motivi piacciono, fanno una gran simpatia.
E allora tiratela pure, cosa carina che stai nella casa, perchè sei bello assai, e ne hai tutte le ragioni del mondo.

lunedì 26 dicembre 2016

Gli Invasati

09:21
Eoni fa, quando da queste parti si parlava del libro della Jackson da cui questo film è tratto, Erica del Bollalmanacco mi aveva detto di guardare il film. Se mi da un consiglio lei, io mi fido, e quindi mi sono armata del mio scarsissimo coraggio e sono tornata ad Hill House.



La trama è arcinota ma la ripeto per chi non si è ancora fatto il grande favore di leggere un libro di Shirley Jackson: Hill House è una casa maledetta (ormai nella mia mente LA casa maledetta). Forse infestata, ma di sicuro portatrice di grandi sventure e tragedie. Il dottor Markway è interessato a scoprirne una volta per tutte la vera natura e decide di partire e alloggiare nella casa per studiarne in prima persona i fenomeni. Non partirà solo, con lui ci saranno Luke, l'erede della villa, e due donne: Theo e Eleanor, la nostra protagonista.

Mi sento di dire, senza timore di essere contraddetta, che Gli invasati è un piccolo miracolo. Fa una cosa che credevo quasi impossibile: è quanto di più fedele al romanzo potessi immaginare. Non parlo della trama, che per forza di cose ha tralasciato alcune piccole parti che però trovo trascurabili, parlo di sensazioni. Se la Jackson con la sua mano fatata non aveva bisogno di un linguaggio forte e caciarone per fare una paura incredibile, qui Wise non ha bisogno di mostrare alcunchè. Qua si mostra il minimo indispensabile, non si usano facili stratagemmi per spaventare. Hill House non ti vuole far prendere uno spavento, ti vuole far morire di paura. E ce la fa.

I personaggi mi sono sembrati resi benissimo, Eleanor ha uno sguardo sbarrato e perso che ha fatto quasi più tenerezza che nel libro. Il viso dell'attrice è quasi infantile e fragilissimo, una scelta di cast perfetta per un personaggio che già nel romanzo mi aveva colpito al cuore. Theo, d'altro canto, non è da meno, e se la detestavo di là, figuriamoci qui che posso darle un volto.
La casa è, ovviamente, di uno splendore tetro, e vederla in bianco e nero è angosciante il giusto. Ovvero tantissimo. 
Il fatto che fantasmi e case infestate siano i miei preferiti da sempre forse influisce sul mio entusiasmo, sono disposta a riconoscerlo, ma vi dico questo: che leggiate il romanzo o guardiate il film poco importa, provate ad uscire indenni dalla scena della mano e poi tornate a dirmi che non vi ha fatto paura.
Buona fortuna.

mercoledì 7 settembre 2016

Lights Out

15:40
Io e la mia paura del buio vi diamo il benvenuto in questo nuovo post, in cui di buio si parla.
Prediligo che la mia fase di dormiveglia la sera sia accompagnata dalla luce della mia abat-jour, e tutta l'ostentata sicurezza che fingo alla luce del sole (ma non me la cavo male nemmeno sotto quelle artificiali) si sbriciola inesorabilmente quando l'oscurità prende il sopravvento.

Rebecca è una giovane donna, comunissima. La sua quotidianità viene interrotta da una telefonata che arriva dalla scuola del fratellino: il piccolo si addormenta continuamente in classe, c'è forse qualche problema a casa?
Oh, eccome.


Tra le altre cose il problema è che il film mi ha fatto pena e compassione e che sbatto istericamente i piedi per terra dalla rabbia.
Ve l'ho già detto che ho paura del buio? Benissimo. Con questa premessa il film, che parla di una cosa che attacca solo al buio, poteva farmi una paura maledetta, cose da farmi cucire sottopelle la abat-jour per non farmi mai restare senza.
Ma il mondo in cui escono tanti film belli al cinema non è forse un mondo utopico? Il karma non ci aveva già benedetti con It follows, The Babadook E ANCHE The VVitch al cinema nel giro di poche settimane? Con quale miserabile presunzione, noi, già premiati da una simile inconsueta generosità ci siamo permessi di chiedere che l'ennesimo filmetto estivo fosse non dico splendido ma almeno decente?
Eppure non mi sembrava fossimo viziati, tutt'altro.

Il problema di Lights Out è questo: non fa paura.
E quel lieve vociferare di protesta che sento crescere in questo momento lo placo subito dicendovi che pare quasi non ci provi neanche. Come se il solo fatto di parlare (in qualche modo indiretto) del buio rendesse l'accensione del fattore spavento così automatica da non dovercisi impegnare neanche un po'. Una noia sconvolgente. Ogni tanto avrei chiesto un jumpscare in più, pur non essendone fan, sperando in un risveglio dal torpore.
Quella Diana, lì, aveva buone chances di spaventarmi. Il suo aspetto mi ha ricordato quella Madre di Muschietti che se ci ripenso mi sale la voglia di rifugiarmi in una chiesa dalla paura che mi faceva, solo che questa funziona molto meno, forse perché il suo ruolo è molto meno simbolico e pieno di fascino. Se quella là era una creatura materna, sconvolgente nel suo morboso attaccamento alle bambine e terrificante per movenze e aspetto, questa qua boh, avrebbe potuto essere qualsiasi cosa ma io avrei continuato a guardarla con un insofferente broncio, perché non stavo provando proprio niente. Peraltro, la scrittura del film sfiora insistentemente il ridicolo: Diana non può stare alla luce per problema dermatologico, perfetto, ci sta. Ma il collegamento tra pelle malata e poteri paranormali sta forse in qualche manuale di patologia poco noto ai più? Non voglio lo spiegone, voglio un minimo di senso, di coerenza, di completezza.


Quello che è più frustrante è che il cortometraggio mi aveva fatto una paura maledetta, con quell'interruttore premuto in continuazione. E quel finale.....


mercoledì 27 luglio 2016

Non solo cinema: L'incubo di Hill House

16:41
Mi ero imposta di non parlare più volte dello stesso autore almeno per la prima ventina di post letterari. Mi rimangio tutto.

L'incubo di Hill House (che se siete amici di Stefanone King conoscerete come La casa degli invasati) è probabilmente il romanzo più famoso di quel meraviglioso donnino di Shirley Jackson.
Vi anticipo già che non è stato il mio preferito, il mio cuore va ancora a quello strabiliante Abbiamo sempre vissuto nel castello che mi ha agghiacciata per settimane.


In questo caso siamo a Hill House, cosa che non avrete affatto immaginato, e siamo con un bizzarro gruppo di 4 personaggi: il professor Montague, responsabile di aver convocato gli altri nella casa per i motivi più svariati, affinché insieme potessero scoprire qualcosa di più sui fenomeni paranormali per cui la casa è nota, Eleanor, la protagonista, Theodora, una maledetta e detestabile principessa sul pisello, piena solo di viscida ipocrisia, e Luke, il legittimo erede dell'abitazione.

Come suo solito la Jackson non scalpita dalla voglia di farti saltellare nel letto dalla paura. Ci arriva, ad inquietare e a farlo seriamente, ma lo vuole fare a modo suo e con i suoi tempi, tanto è vero che il romanzo stavolta è arrivato a piacermi in ritardo.
Ha un incipit bellissimo, di quelli che oggi fa solo Fred Vargas (perdonatemi, sono una fangirl della Vargas), ma la prima parte mi aveva conquistato ben poco. Quando però i personaggi sistemano le loro chiappe bizzarre in Hill House, ecco che cambia qualcosa. La magica scrittura di chi ha tanto talento riesce di colpo a ritirare su la mia opinione.
Iniziano i fenomeni paranormali, iniziano le manifestazioni, inizia l'incubo.
Prima, però, ci sono miriadi di parole tra i personaggi. Dialoghi che a me a prima vista erano sembrati bizzarri e che poi invece mi sono parsi perfettamente sensati (ambiente nuovo e lugubre, persone sconosciute a cui si vorrebbe tanto piacere..non solo ha perfettamente senso, è tutto facilmente comprensibile, soprattutto se come me assomigliate un po' alla stramba Eleanor) aiutano a delineare personalità e rapporti.
Quando poi il fantasma (se di questo si può parlare)(poi basta parentesi, giuro) si manifesta sono un po' dei dolorini, perché la signorina Jackson è tanto raffinata e non necessita di immagini di fortissimo impatto immediato per colpire, sta zitta e buona per metà del romanzo, poi subdola e silenziosa come solo lei sa essere ti sbatte in faccia il primo avvenimento importante e ti spiazza per sempre. Perché sono le sberle date di soppiatto a far più male.

Qui, dove con qui si intende sì L'incubo di Hill House ma anche tutta la sua produzione, il sangue e i buh dei fantasmi non servono. Con molta grazia siamo condotti nei baratri della mente umana, nei luoghi in cui siamo più vulnerabili, in quei punti in cui la pazzia si raggiunge con lo schiocco di due dita. E poi, da lì, siamo portati direttamente al dolorosissimo finale, che già da solo varrebbe la lettura.
In due notti (specie se come me avete l'insonnia tra gli amici di facebook) entrerete e uscirete da Hill House.
Ammesso che ne usciate vivi.

lunedì 27 giugno 2016

The Conjuring - Il caso Enfield

14:38
Due settimane fa ero in sala, lo schermo stava per proiettare The Neon Demon. Partono i trailer, che io malsopporto ma che il cinema mi propina forzatamente ogni volta. Parte quello di The Conjuring - Il caso Endfield. Mi convince, guardo Riccardo con sguardo sognante, ricevo come risposta un netto 'No.'
(Riccardo, lo dico per i lettori occasionali, è la povera anima che sopporta la mia ben poco gradevole compagnia. Tenetelo a mente, perché è molto presente sul blog e sarà il protagonista di questo post che prevedo di una lunghezza sconsiderata.)
Riassunto per gli impazienti: mi è piaciuto tanto e mi ha fatto paura.
Avrei solo preferito vederlo senza essermi coccata il trailer prima.

Siccome la femmina della coppia sono io, ecco quello che è successo:
al cinema ci siamo andati
colma di misericordia, ho acconsentito a far venire con noi il nostro amico scemo, affinchè Riccardo avesse un'ulteriore manina da stringere qualora la tensione si fosse fatta insostenibile, il che è avvenuto abbastanza alla svelta. Tutto si può dire di Wan, ma lento proprio non è.
Per raccontarvi cosa altro è successo ieri sera, devo sottoporvi a qualche spoiler ma niente di che.

Il caso Enfield che dà il (sotto)titolo al film è quello della famiglia Hodgson. È una vicenda piuttosto nota a chi, come chi scrive, bazzica per storie paranormali che si spacciano per vere. Se anche solo una volta avete cercato faccende simili su Google siete sicuramente incappati nella storia di questa madre divorziata, con quattro figli a carico, una situazione di ristrettezze economiche e fenomeni bizzarri ad infestarle la già malconcia casa. Sicuramente avete visto questa foto da qualche parte:


La trama del film, insomma, è questa. Madre sola, figli piccoli in età scolare, entità che si palesa a disturbare la loro (mancata) quiete. In particolare ad essere presa di mira è Janet, la minore delle figlie femmine, 11 anni. Per capire cosa succede e valutare se sia il caso di richiedere l'intervento della Chiesa Cattolica, intervengono gli amatissimi e bellibelliinmodoassurdo Warren, i soliti Ed e Lorraine a cui vogliamo così bene. Se la Farmiga e Wilson dovessero mai figliare, cosa che spero perché qui è partita una ship di quelle importanti, ne uscirebbe una creatura dalla chiara appartenenza angelica. Galeotta fu la scena in cui quel bell'uomo di Patrick Wilson, armato di chitarra e sguardo pieno d'amore, canta ai bambini la sola canzone di Elvis che mi sia mai piaciuta, I can't help falling in love with you.

Ciò detto, passiamo alla cosa che mi ha incuriosito di più durante la visione, oltre ovviamente al film: Riccardo, e il suo modo di guardare i filmacci brutti che fanno paura.
Facciamo una piccola presentazione del personaggio per i soliti lettori occasionali di cui sopra.
Lui guarda un buon numero di film, ha una certa esperienza, ma le sue preferenze vanno sempre sul fantasy e sulla fantascienza pura. Parliamo di uno che tutte le sere dice una preghiera a Gandalf e che non è ancora certo di avere superato la dipartita di Han Solo, eroe della sua infanzia. Gli horror gli fanno una discreta paura, ma questo non lo ha mai fermato dall'accompagnarmi (nonostante gli sia stato fatto notare che posso andare al cinema da sola e cavarmela, EHM).
Quando inizia a salire la tensione, lui ha un rituale che al confronto Nadal prima di battere pare non faccia niente. Intanto, parla. Ridacchia, cerca dettagli in scena (e lui ha un occhio per i dettagli insignificanti che non ho mai trovato in nessun altro), commenta le cose a voce alta. Ho quasi la sensazione che dire le cose a voce alta lo aiuti a riportarle nella loro dimensione di finzione. La cosa peggiore, però, è che inizia a farmi i grattini sul polso, sempre nello stesso identico punto, rischiando di mandarmi alla neuro.


Questo volendo ci potrebbe anche stare, diciamocelo. La paura è lecita se non sacra, e The Conjuring 2 la sua bella paurina la fa eccome. C'è qualche spaventino di quelli da saltello possente sulle poltrone, ma poca roba. Come era stato con il primo film della saga (la possiamo già definire così?) Wan ha trovato il punto di forza nel creare atmosfere incredibilmente funzionanti, e se la paura del saltellino passa subito, l'aria pesante resta dentro e anche quando finisci il film e vai a mangiare una gigantesca pizza di quelle alte una spanna ti senti il fiato sul collo. Il fiato di un vecchio.
La cosa di Riccardo che mi infastidisce/incuriosisce di più quando siamo al cinema, però, è la sua totale incapacità di sospensione dell'incredulità. (Tre volte al contrario allo specchio e il mio faccione spunterà a torturarvi nel sonno)
Non è capace di godersi un film per intero, così com'è. Lui deve mettere in dubbio, lui deve capire alla perfezione, lui cerca di 'risolvere il caso' prima che lo faccia il film, lui vuole LO SPIEGONE. E io, ogni singola volta, gli dico di rilassarsi, di godersi quello che viene, di lasciarsi trasportare. Ma lui niente. Ci provo a dirgli che il bello è proprio quello, è proprio sentire crescere la tensione, sapere che ti spaventerai (perché lo sai sempre), spaventarti comunque, e provare quel sollievo tipico che si percepisce quando finalmente il male ha un volto che non sarà mai brutto quanto quello che stavi immaginando.
Esempio, che secondo me vi fa capire ala perfezione di che tipo stiamo parlando: Janet è APPESA AL SOFFITO. Tenuta su dalla forza malefica che sta cercando di farsi largo dentro di lei. Viene improvvisamente risucchiata attraverso il soffitto, per ritrovarsi nella stanza al piano di sopra. Risucchiata, Attraverso. Il. Soffitto. Per entrare nella stanza ritenuta il centro delle attività paranormali. La scena non è impressionante a vedersi, ma sta 11enne stava appesa al benedetto soffitto! Ha attraversato la parete!
Sua reazione: 'Sì ma sta roba non è possibile!'
Trattengo il 'MA VAH?' a malapena. Questo si guarda i film in cui la gente combatte nello spazio con le spade laser (le spade laser) ma se in un horror in cui si parla di fantasmi e demoni una bambina passa attraverso le pareti a lui pare strano. E il 'tratto da una storia vera' non c'entra, eh. Non gli torna e basta.


Ora, perché parlare così a lungo delle sue reazioni al cinema? Perché sono reazioni comuni ad una fetta molto alta di popolazione. Immagino non sia un'esclusiva del multisala di Cremona, secondo me i giovani che fanno così li avete anche nel vostro cinema. Certo, poi magari non tutti vanno a vedere su Google le corrette classificazioni dei demoni, ma capite bene che se questo sta con me da quasi 5 anni bene bene non sta.
Ma forse è questo il punto di The Conjuring - Il caso Enfield. Ha tutte le potenzialità per piacere a chiunque, per intrattenere chiunque. Ognuno poi ne trae quello che più lo aggrada: se sei un'ingegnere psicopatico passi le due ore a cercare spiegazioni fisiche a fenomeni che proprio per loro natura non ne hanno, se magari sei un appassionato di orrore ti siedi e ti godi lo spettacolino che Wan ha preparato per te, se sei scemo come il nostro amico cerchi le immagini di gattini su Google per resistere. Sono due ore di giostra, che passano come se fossero il minuto convenzionale di Blue Tornado. Sta a te decidere se chiudere gli occhi e farti sballonzolare in giro dai binari o se studiare come la meccanica ti porti così in alto senza farti cadere.
Tanto fa paura comunque.

mercoledì 9 marzo 2016

#CiaoNetflix: The Grudge

16:20
Questo paradisiaco servizio un difetto doveva avercelo. Lo amo a sufficienza da lasciar correre, ovviamente, ma il suo catalogo horror per il momento fa piangere.
Siamo intorno alla trentina di titoli, tutti grossomodo famosi, Saw, Silent Hill, The Ring. . .il filone per ora è quello.
Si trovano anche cosine più intriganti, eh, c'è quella preziosa valle di lacrime che risponde al nome di The Orphanage, ci sta Existenz, e pure Sharknado. Ma siamo lontani dalla sufficienza per ora. SO che col tempo cresceremo insieme, io e Netflix-.

Per dimenticare le faccette della Judith di cui parlavamo ieri mi sono messa a rivedere un horror uscito nei miei anni del liceo, pieno periodo in cui ogni titolo era remake di qualcosa altrimenti non lo facevano uscire.
The Grudge forse è uno dei più famosi, uno di quelli che hanno visto anche i sassi.

Se voi non apparteneste alla specie minerale, mi tocca raccontarvi che è la storia di Sarah Michelle Gellar e Max di Roswell, Lei è un'assistente sociale, grossomodo, va a fare una visita a domicilio ad un'anziana. In casa ci stanno i fantasmi.
Tutto chiaro?
So che è complesso, ma fate uno sforzo.


No, dai che scherzo, non c'è niente di meno complesso di The Grudge.
In un altro momento lo avrei liquidato come FDC, ma in realtà non è riuscito a farmi antipatia.
Ci prova a ricalcare i suoi amici orientali, ma a parte parecchi occhi a mandorla, un paio di fantasmi che più classico di così c'è solo il lenzuolino con i buchi, di jappo ci riesce proprio pochino. Non che io mi consideri un'intenditrice, sia chiaro.
Ma qui è tutto troppo patinato e sbrigativo per riuscire a suscitare anche solo un po' di inquietudine, ci prova lui, povero, ma non gli riesce.
Secondo me è anche colpa del cast di canidi, che sembra spaventato tanto quanto il mio gatto quando parte la centrifuga della lavatrice. Stesso livello di timore, un saltino leggero e fine, livello di consolazione necessaria: rumore della scatola dei croccantini.
Quando le persone parlano dei cliché degli horror tendo ad innervosirmi, ma se ne volete un breve compendio, vi è servito su di un piatto d'argento, tiè, prodotto da Raimi. Il pacchetto comprende anche lo spaventino finale che tanto ci aggrada.

E no, stavolta non mi sono emozionata, nemmeno con la triste sorte dell'amore non ricambiato, non c'è stato verso di prendermi in alcun modo.


Ribadisco, voglio un po' di bene a tutta la faccenda, al periodo a cui è legata, alle colline che hanno ancora gli occhi, ai fantasmi giappo che però sono americani, alle telefonate che ti diagnosticano i tuoi ultimi 7 giorni e al fatto che fossero praticamente tutti dei filmacci tremendi ma che in fondo gli volessimo un po' di bene, perché vederli ci faceva sentire delle femmine toste.
A quell'età, certo.
Anche perché rivisto oggi The Grudge ci regala uno dei peggiori personaggi femminili che si ricordino, in confronto a questa Gellar siamo tutte delle Sigourney Weaver.

martedì 5 gennaio 2016

Mi metto in pari: Goodnight Mommy

13:41
HO TRATTENUTO PER SETTIMANE QUELLO SPOILER Lì GIGANTESCO, FATEMI FARE ALMENO QUESTO QUA.

Siamo a gennaio e se come me siete usciti da un tempo (relativamente) breve dalle scuole ricorderete che a gennaio si inizia la maratona per recuperare i debiti.
Su MRR, quindi, approfittiamo del primo mese di questo nuovo anno per recuperare tutto quello (se va beh, tutto) che ci siamo persi l'anno scorso.
Iniziamo con Goodnight mommy, film quasi assente dalle vostre classifiche di fine anno. Il Bradipo, però, lo ha messo tra i migliori. Ad accrescere ulteriormente le mie già notevoli aspettative arriva il trailer.


Due gemelli,  una madre che è la loro ma forse no, una splendida villa immersa nella natura austriaca, pochissime parole (di cui una, 'Lukas', ripetuta fino allo sfinimento), solo un numero impossibile da contare di sguardi.
Un minimalismo incredibile, che in altre circostanze mi avrebbe condotta dritta dritta tra le braccia di Morfeo e che invece questa volta mi ha massacrata emotivamente.

È di una lentezza impegnativa, eh, sto Goodnight Mommy, ma è altrettanto pieno di fascino. È un film in cui si entra nel vivo del dolore, nel punto in cui la ferita fa ancora malissimo, e ci si ficca un gigantesco coltello dentro, e lo si gira, lo si continua a girare con incredibile sadismo.
Non che sia un film bastardo, eh.
Non è di quelli che alla fine ti fanno venire voglia di prendere il dispositivo su cui lo hai guardato per fargli fare la fine della Gabbianella a cui il Gatto ha insegnato a volare.
È piuttosto uno di quelli che ti fa credere di essere una cosa per poi rivelarsi tutt'altro.


Sembra quasi un home invasion, sembra che una sconosciuta si sia presa quel ruolo di madre che non era il suo. E invece è la storia di una donna a cui il ruolo di madre è stato strappato violentemente. E le resta solo la parte più difficile, la ricostruzione di quello che resta a chi è sopravvissuto. Deve farlo in quanto madre, anche se posso solo provare ad immaginare quanto possa essere stato doloroso continuare a preparare i pasti anche per il figlio morto, solo per assecondare il desiderio di quello sopravvissuto.
Ci sono piccoli dettagli che, tornati in mente a fine visione, fanno presa sul cervello e sul cuore: per esempio il momento in cui la mamma per dimostrare l'evidente assenza di Lukas mostra ad Elias come ci sia solo un cambio di vestiti, e mostrare a noi spettatori che quel singolo cambio lo indossano a turno entrambi i gemelli, scambiandosi poi l'abbigliamento a metà film, è stato commovente.

Il centro del tema dell'identità del film sembrava essere questa donna bendata (funzionano un casino ste bende, che angoscia), ma si rivela poi essere Elias, che deve ricostruire se stesso come individuo a sè stante, e non più come fratello di Lukas.
Straziante ed inimmaginabile.


Siamo dalle parti di The Orphanage, qui lo dico e qui non lo nego.


sabato 12 settembre 2015

3 anni di MRR: Paranorman

17:18
Il primo post mai comparso da queste parti è stata una recensione su un film di Tim Burton. Ai tempi lo amavo moltissimo, non avrei potuto che iniziare con lui. A commentare quel post furono soltanto il mio ragazzo e due amici, una dei quali oggi è uscita silenziosamente dalla mia vita. 
Cerco di non rileggere mai le cose scritte molto tempo fa perché se penso che qualcun'altro oltre a me possa avere messo lo sguardo su certi scempi mi viene un piccolo prurito che mi spinge verso il suicidio.
Poi in realtà sono tutti lì, eh, indicizzati insieme ai post di cui mi vergogno un po' meno. Per me è una questione sentimentale, o tutti o nessuno. Ho lasciato pubblici e mai corretti anche post riguardanti film su cui ho abbondantemente cambiato idea, perché mi dispiace manometterli dopo tutto questo tempo. Mi servono anche per capire se noto dei miglioramenti o meno, ma a voi forse la mia severa autocritica interessa poco.
Per questo mi sembrava carino festeggiare insieme il terzo (terzo? jesoo, mi sembra di avere iniziato da cinque minuti) bloggheanno parlando di un film che ricorda i tempi d'oro del buon Tim solo all'apparenza.
Perché in realtà è molto, molto meglio.


Norman, a cui dobbiamo l'adorabile gioco di parole del bellissimo titolo, è una strambo ragazzetto che parla con i morti. La cosa non lo turberebbe minimamente se a rompergli le scatole non ci fossero praticamente tutti quelli che lo circondano. Smetteranno di prendersi gioco di lui solo quando si accorgeranno che, grazie al suo dono, Norman sarà l'unico in grado di salvare la città. 

Paranorman si prenderà il vostro cuore più o meno al minuto 01.30 e se lo terrà stretto, strettissimo fino alla fine, quando avrete la desolante certezza che il vostro organo vitale non vi sarà mai restituito. Rimarrà a battere lì, su quel furgoncino malconcio (o su quello che ne resta), in quell'archivio comunale oppure, più probabilmente, nella camera da letto di Norman. Perché già l'inizio di questo film sarà sufficiente ad inumidirvi gli occhi. Poi chiaramente non si fermerà lì, ma c'è questa splendente partenza: ragazzino strambo sul divano che parla con la nonna. Niente di più normale, vero? 
È proprio un peccato che la nonna in questione sia defunta da tempo. 


Dal primo rimprovero familiare che ci è mostrato in avanti, la vita di Norman è francamente uno schifo: famiglia che non lo capisce, amici non pervenuti, fantasmi che invece che essere d'aiuto ostacolano la già difficile situazione, bulli molesti e uno zio che spunta dal nulla per dirti che hai giusto qualche ora per salvare tutti quanti.
Come se la meritassero, la salvezza.
L'umanità è ritratta come una becera e bigotta vecchia signora, di quelle detestabili che puzzano di antibiotici e profumi fuori moda. Tutto ciò che è diverso, nella città in cui il bambino si è trovato a vivere, spaventa. E quando qualcosa ti spaventa non solo non ti fai avvicinare, alzi anche difese non necessarie affinché nessuno possa farti male, nemmeno chi di farti male non ne aveva la minima intenzione.

Con chi riesce a comunicare Norman? Con chi, come lui, è differente. Il suo unico amico è vittima dei bulli per il suo peso, lo zio che gli affida il compito è considerato folle (e forse qualche rotella in effetti gli manca) perché ha lo stesso dono del nipote, gli zombie sono notoriamente causa di orrore e raccapriccio. Quello che rende Norman speciale, quindi, non è il suo dono. È la capacità che ha dimostrato, in ogni singola azione compiuta nel film, di saper andare sempre oltre le apparenze, anche quando queste fossero mostruose come quelle dei morti viventi. Ne è intimorito come tutti, non fraintendetemi, è un personaggio umano. Ma è disposto a rivedere la sua opinione non appena gli arriva un segnale positivo. Non si blocca nelle sue convinzioni, ASCOLTA. 
È troppo facile cambiare opinione su una persona nel momento in cui sta in piedi davanti al municipio a salvare le chiappe a tutti quanti. Lui ci arriva prima, si apre alla possibilità che chiunque abbia qualcosa di buono da dargli, che ogni azione negativa compiuta da qualcuno possa avere una motivazione dietro che ti spinga a guardarla con occhi diversi.


Sarebbe altrettanto facile lanciare grandi messaggi come questo, sulla tolleranza e sull'imparare il valore incredibile della diversità, con mallopponi filosofici polacchi in b/n con i subs in cirillico. Invece Paranorman è una perla di comicità, sia molto intelligente che più semplice, di quelle che ti possono far ridere per una grande citazione che di quelle che ti fanno lacrimare per le botte da orbi che sti poveri zombie si pigliano immotivatamente. O per questi personaggi così macchiette che riescono comunque a non essere mai esageratamente caricature. (Lo sono, ma in un modo talmente equilibrato che quasi non te ne accorgi).
E, a proposito delle citazioni, posso togliermi un sassolino nella scarpa? 
Dai, oggi è il nostro compleanno, concedetemelo.
Non me ne frega niente delle citazioni. 
Ma zero proprio.
Sono una chicca gradevolissima per chiunque le colga, ti fanno fare un adorabile 'awwwwwww' quando arrivano, poi basta però.
In questo caso non aggiungono valore al film, Paranorman non ne ha bisogno, sarebbe incantevole comunque. Si farà amare da chiunque, a prescindere che abbia colto quel Mario Bava lì nella prima parte. 
Si piange di quella commozione bellissima che solo i film dolci con personaggi così adorabilmente comici provocano.
Ed è quel tipo di commozione che io amo tanto, e che ricerco in ogni pellicola che vedo.

Per questo mi sento di offrire a voi questa che per me è l'emozione più bella del mondo, nel terzo anno che passiamo insieme, anche solo parlandovi di un film. 
Non c'è modo migliore di festeggiare.

giovedì 18 giugno 2015

Non solo cinema: Julia

08:42
QUALCHE SPOILER PERCHE' SONO UN'INCAPACE

Fino a qualche tempo fa ero convinta che Peter Straub fosse il vicino di casa sfigatello di Stephen King, il quale mosso a compassione aveva aggiunto il nome dell'amico accanto al suo in certi titoli.
Invece no!
Peter Straub ha grossomodo quella faccia qui:


Oltre a teneri occhialini rossi cum coppola, il signor Straub ha anche una gran bella penna con cui scrive tanti romanzi horror.
Si è avvicinato al mondo del fantastico con questo breve Julia, nel quale dà al romanzo il titolo della sua protagonista.

Julia, appunto, è una donna che, in seguito alla perdita in circostanze tragiche della figlia Kate, decide di lasciare il marito Magnus. Compra una nuova casa, nella quale però accadono strani eventi che la portano a indagare sul passato dell'abitazione e dei suoi precedenti inquilini.


Non mi ha comprata da subito, il libretto di Straub, anzi.
Proseguendo, però, la realizzazione che niente stava andando come avrei pensato mi ha fatto completamente cambiare idea.
Ma andiamo per gradi.
Julia scappa dal marito perché lo ritiene responsabile della dipartita della piccola Kate. Fin dalle prime pagine, però, frasi accennate e indizi appena mostrati ci convincono che la colpa sia in realtà attribuibile alla madre.
E io, dall'alto della mia somma ignoranza e della mia incapacità di aspettare di finire un libro prima di giudicarlo, pensavo: 'Ma perché me lo dici ora?'

E CERTO che me lo diceva subito, perché l'oblio che ha colpito la nostra protagonista è solo il primo sintomo di un disagio che crescerà in modo esponenziale fin dalle prime pagine del romanzo. E perché la morte della figlia non ha alcuna rilevanza ai fini della trama, se non l'essere il motivo scatenante della sua fuga.

Questo perché, ad un certo punto, arrivano i fantasmi.
O meglio, arriva IL fantasma.
Che si palesa nei modi più convenzionali possibili: apparizioni allo specchio, rumori improvvisi, stanze caldissime, acqua del rubinetto disgustosa (vi dice niente Casper?). . .
Julia, in preda al dolore, si convince che sia la figlia.
Non ci vorrà molto a comprendere che ci troviamo di fronte ad un doppelganger perfetto che andrebbe incorniciato.

Quello che poi è ancora più affascinante è che le medesime apparizioni potrebbero essere tranquillamente da parte di umani: Magnus sta controllando a vista la moglie, entra in casa e volutamente lascia disordine e fa rumore per spaventarla.
Lei ne è consapevole, ma abbiamo tra le mani una donna di una fragilità estrema: pur sapendo a chi attribuire il vaso di fiori distrutto, è convintissima della presenza di un fantasma. Dimentica di lavarsi, di mangiare, la sua stessa salute passa in secondo piano rispetto alla necessità di scoprire cosa sia successo in quella casa e perché quel fantasma ce l'abbia proprio con lei.

Oltre all'interessante questione dell'entità e della precedente proprietaria, a farmi capire quanto svagliavo a sottovalutare il povero Peter sono stati i personaggi secondari.
Una medium terrorizzata, per esempio. Che pare una baggianata, ma è fin troppo facile ritrarle come donne esperte che ne hanno viste di ogni e ormai non hanno paura di niente.
Un marito potente, con una personalità dominatrice, ma anch'esso pieno di sofferenza e che, nel momento adeguato, riesce a convincersi che qualcosa di sovrannaturale ci sia davvero.
Mark, il cognato, che si rivela completamente diverso da quanto credevamo, e infine Lily, uno dei motivi per cui questo libro è così grande. Lei e il suo essere così viscida, una donna subdola e opportunista, legata in modo morboso e quasi lannisteriano al fratello Magnus.


Una discesa nemmeno troppo lenta verso l'inferno personale di Julia, in cui siamo trascinati insieme a lei, in modo apparentemente semplice e che in realtà si rivela efficace e coinvolgente.
Scusa, Peter, se ti ho sottovalutato.

mercoledì 20 maggio 2015

Lake Mungo

13:29
(2008, Joel Anderson)

Sono al ventottesimo minuto di visione. Tuona, oggi da me è una giornataccia. Ricordo di colpo di essere in casa da sola. Realizzo di avere una maledettissima paura, quindi le scelte sono due: o lancio il pc giù dalla finestra, allontanando il fantasma di Alice Palmer il più possibile da me o mi armo di pazienza e attendo che qualche membro della mia famiglia rimetta piede in casa.
Film in pausa, me la sto facendo sotto.

Lake Mungo è il film che in sede di Liebster mi è stato consigliato da Bradipo. Ha detto qualcosa come australiano+mockumentary+muovilechiappearecuperarlo. Mi si compra con poco, me ne rendo conto.


In Lake Mungo incontriamo la famiglia Palmer. Papà, mamma e figlio cercano di affrontare come possono la scomparsa di Alice, figlia e sorella. Alice è affogata durante una gita di famiglia. Dopo la sua dipartita, però, fa continue apparizioni in foto e video di famiglia. Un fantasma?

LO SO, LO SO che al mio nominare i mockumentary tanti di voi hanno avuto un sussulto di disgusto. (Io no, io li amerò sempresempresempre)
Vi comprendo, amici.
Ma accantonate per un momento il moto di ostilità che si sta muovendo dentro di voi. Lake Mungo è diverso. Non ci sono quei movimenti da mal di mare che sembrano essere diventati l'unico modo per girare un finto documentario. Non ci sono inquadrature confuse o volutamente amatoriali.
C'è un documentario nel suo senso più convenzionale, con testimoni e persone legate alla vicenda che stanno sedute di fronte ad una telecamera a raccontare cosa è successo. E, ogni tanto, ci hanno buttato una bella scena di quelle intense a ricordarci cosa significa avere paura di un film.


Abbiamo tre personaggi disperati. Ma di quella disperazione dignitosa, non ci sono urla, strepitii, nè capelli strappati. Ci sono una mamma, un papà e un fratello che cercano il modo di stare in piedi nel mondo dopo un lutto del genere. E sembrano riuscirci, fino a quando il fantasma di Alice viene a fargli visita. Ma soprattutto, sembrano riuscirci fino al momento in cui sono costretti a guardare in faccia la realtà, a scavare al di sotto delle loro convinzioni per scoprire chi realmente fosse Alice.

Mi hanno molto colpito questi personaggi così composti, sofferenti ma in modo pacato e silenzioso. Considerato che poi buona parte del film ruota intorno a loro che fissano in camera e narrano, era necessario che gli attori fossero quantomeno credibili.
E lo sono, meno male, lo sono.


Dico 'buona parte' volutamente, perché non c'è solo questo. Ci sono le apparizioni del fantasma, ci sono le foto, ci sono i video. E soprattutto, c'è un filmato ripreso con il cellulare, che riprende il momento in cui Alice non è più stata la stessa.
E, mannaggia la miseria, fanno davvero paura.
Il che suona come una specie di piccolo miracolo. Non aspettatevi bus banali e telefonati, perché non ci sono. E non servono. Qui arriviamo nei momenti di maggiore inquietudine in punta di piedi, ma quando ci siamo dentro siamo vincolati, è troppo tardi per tornare indietro.

Ma chi ci vuole tornare, indietro?


sabato 9 maggio 2015

Two sisters

14:00
(2003, Ji-woon Kim)

Continuiamo con i recuperi da Liebster.
Stavolta seguo il consiglio di Manuela, autrice del blog Il Cinemanu, che proprio in questo periodo è in procinto di sfornarci non un bel post ma una bimbina, che sono certa sarà più bella di qualsiasi post si possa mai scrivere.
Ne approfitto quindi per farle di nuovo i miei più sinceri auguri e per mandare un abbraccio ad entrambe!

Detto ciò (perdonerete il mio debole per i neonati), passiamo al film. Lo puntavo a distanza da un po', soprattutto per le recensioni così diverse che si trovano a riguardo. C'è chi lo consiglia e chi gli butterebbe le noccioline addosso. (Vincenzo palesati e non vergognarti dei tuoi intenti violenti verso le pellicole orientali)


Soo-yeon e Soo-mi sono due sorelle costrette a vivere con il padre e la matrigna.
Come da tradizione, la matrigna è una bella donna ma odiosa, odiosa, odiosa.
Oltretutto in casa ci sta pure un fantasma, perché come al solito i problemi arrivano tutti insieme.

Nella guerra civile sulle opinioni riguardo a Two sisters dichiaro la mia appartenenza alla fazione 'noccioline contro lo schermo'.
Il che mi da un fastidio esagerato dal momento che avevo riposto in questo titolo tutte le mie speranze circa lo splendore del futuro.

Sia chiaro: non è affatto male.
La vicenda di partenza è interessante e ancora più intrigante è la risoluzione della questione.
PERO'.
Se punto un titolo per mesi e ne rimando la visione solo per potermela godere in piena gioia, se creo tutto un setting strano in casa, con le porte chiuse ma non del tutto, le luci spente, le tapparelle abbassate, non mi porto nemmeno le patatine e soprattutto USO LE AURICOLARI, può bastarmi un 'non è affatto male'?
Non può.


Volevo il terrore, volevo avere paura di andare a fare la pipì da sola, volevo addormentarmi inquieta, volevo sobbalzare ad ogni movimento sospetto delle mie porte lasciate APPOSITAMENTE socchiuse.
Invece no.
La porta si apriva e io pensavo: 'Ancora Simone (il gatto, n.d.A.) va su e giù?'

Per la seconda volta di fila mi sono trovata di fronte ad un film molto curato e gradevole dal punto di vista estetico, altro merito che siamo al sior regista perché è giusto.
Eppure mi è mancato qualcosa: nonostante i tentativi di inquietare siano ben presenti e qualcuno sia anche funzionale, non è mai sufficiente.

Non so bene se attribuire la mia delusione ad un reale fallimento del film o se a fallire siano state solo le mie aspettative, ma speravo sinceramente di farmela nei pantaloni, è da tanto che un film non mi spaventa davvero e sto iniziando ad annoiarmi.

Se continuo a non trovarne guardate che passo alle commedie romantiche, eh.



giovedì 5 marzo 2015

1921: Il mistero di Rookford

13:52
(2011, Nick Murphy)

Ancora presentissimo il problema con la punteggiatura, spero di venirne a capo.

RICETTA PER FARE UN FILM CHE POTREBBE PIACERE ALLA MARI.

INGREDIENTI.
Fantasmi, fondamentali per la buona riuscita.
Un grande, bellissimo, edificio sperduto nel nulla. Possibilmente un edificio che ospiti orfanotrofi o manicomi.
Persone tormentate. La causa del tormento e' a libera scelta, costituiranno titolo preferenziale le sofferenze da lutto, il cinismo congenito e la presenza di eventuali poteri soprannaturali, oppure le capacita' sensitive.
Il GRIGIO. Tanto, tanto, grigio. Ci piace il grigio.
L'ambientazione in Gran Bretagna puo' aiutare per la buona riuscita. Mi calma, mi sento rilassata solo se ci penso, e mi trasformo in un personaggio della Austen.
Qualche jumpscare. Non troppi, che il troppo stroppia e poi non e' piu' jump, ne' scare. Solo qualcuno qua e la', per tenermi alta la voglia e la tensione.
Attori capaci. (Preferibilmente che non abbiano presenziato in alcun film di Harry Potter, grazie. Mi arreca parecchio disturbo.)
Una regia che non mi faccia sbadigliare, per il resto tecnicamente fate quello che vi pare, tanto io ci capisco ancora troppo poco.
Un FINALE degno. Guardate che ci vuole un attimo a rovinare tutto il vostro lavoro se lo fate finire nel fosso.


PROCEDIMENTO.
Buttate tutto nel robot da cucina. E' l'unico modo di cucinare che conosco, scusate.

Quello che sfornerete sara' la storia di Florence, cinica autrice di libri sui fantasmi e boicottatrice ufficiale delle riunioni di medium fasulli. Lei nei fantasmi non crede. Per questo, quando le chiederanno di indagare su una presenza che disturba un collegio, lei non sprizza proprio gioia da tutti i pori. Ma tant'e', parte comunque. E sara' costretta a rivedere le sue certezze.


Splendidi abiti (ho una passione incredibile per il periodo fine Ottocento inizio Novecento, datemi una gonna lunga e io sono a posto), musica cosi' calmante, colori molto tenui. L'effetto e' quello di una camomilla bollente, e io la camomilla bollente la adoro.
Quindi si', mi e' piaciuto anche il film. Non tantissimo, non e' una di quelle pellicole che mi hanno rapito il cuore e tutto quanto, ma mi e' piaciuto.
Avrebbe potuto giocare molto di piu' su certi elementi e vincere facile con la commozione obbligatoria, ma cosi' non e' stato, cosa che per me gli fa guadagnare millemila punti. Invece resta sempre equilibrato nel raccontarci una storia si' gia' vista e rivista poi vista di nuovo, ma narrata in modo cosi' pacato e delicato che rimane un piacere per la vista.


Ma NO.
La Umbridge NO.

venerdì 16 gennaio 2015

Non solo horror: La città incantata

13:10
(2001, Hayao Miyazaki)

Può un film d'animazione giapponese farmi pensare allo zucchero a velo?
Può, se lo firma Hayao Miyazaki.

Ne La città incantata incontriamo Chihiro, che sta affrontando con la famiglia un trasloco.
Giunta nella nuova città, però, il papà intraprende quella che sembra essere una scorciatoia ma che si rivela invece essere una strada chiusa che dà su un tunnel.
Presa dalla curiosità, la famiglia lo attraversa nonostante le proteste di Chihiro, e quello che si troveranno di fronte è un luna park apparentemente abbandonato, in cui però è rimasto attivo un banchetto in cui i genitori di Chihiro si abbuffano.
Peccato che vengano poi trasformati in maiali, e toccherà alla figlia trovare una soluzione a questo incantesimo.

Zucchero a velo, dicevamo.
Io non sono proprio capace di fare da mangiare, sopravvivo a malapena.
I dolci però li so fare, quelli sì. (credo)
E so che lo zucchero a velo non fa altro che addolcire un po' di più, soprattutto se comprate quello vanigliato che è un piacere solo pensarci.
Però se volete che la torta sia più buona ne dovete mettere poco, così è dolcissimo ma non dà fastidio in bocca, non si esagera.


Questo ha fatto questo film.
Ha addolcito la bocca, ha fatto sentire la vaniglia sulle labbra, ha riscaldato il cuore.
Una splendida torta margherita altissima e morbidissima appena sfornata.
Il riferimento alla torta margherita non è certo casuale.

La più semplice in assoluto, la più povera di ingredienti, la più basica.
Ma quanto è buona.
E' strepitosa appena la tiri fuori dal forno, ancora tiepida.
Ma è buonissima anche la mattina dopo, fredda e intinta nel latte.
(Cioè, i normali esseri umani fanno così, io piuttosto che pucciare qualsiasi dolce in qualsiasi bevanda mi ammazzo dal disgusto)

E così La città incantata. Lo guardi una volta, e quanto è bello. Te ne innamori. Poi lo vedi la seconda, la terza, la ventesima. Ed è sempre così incredibilmente bello.



La torta margherita, però, sembra facile ma è infida.
Bisogna saperla fare.
Se non sei capace ti esce stopposa, con i grumi, oppure troppo pastosa che per mandarla giù ci vogliono due scodelle di latte.

Dove voglio arrivare?
Che Miyazaki è un pasticcere strepitoso.
Ha cucinato la migliore delle torte margherite.
Ha sfornato un'opera dalla dolcezza incredibile, ma che non è mai stucchevole. MAI. Ha preparato una torta talmente leggera che mentre la guardi ti sembra che non stia lì, ma che aleggi nell'aria, che il suo profumo riempia la stanza.
E ci ha messo l'AMORE, perché non c'è certo bisogno di guardare la Clerici per sapere che cucinare per qualcuno è una grande dimostrazione d'amore.

Quando i film diventano poesia in immagini c'è ben poco che si possa dire per recensirli.
Si prendono così come sono, con tutte le emozioni che l'Arte, quando è tale, regala a chi ha la fortuna di poterne fruire.





venerdì 31 ottobre 2014

Ghosts of Halloween: Shutter

09:41
SALUTIAMO INSIEME GLI SPOILER CHE POPOLERANNO QUESTO POST



Sono passati giorni da quando ho posato i miei occhi su Shutter.
E ancora oggi, quando mi infilo a letto, riesco a vedere chiaramente il fantasma di Natre che risale dal fondo del letto per venire verso di me.
Me la faccio maledettamente sotto.

Ma facciamo un passo indietro.
In questo post vi avevo detto di non aver visto molti film orientali.
E il buon autore di Obsidian Mirror mi ha sempre detto di rivalutarli, questi poveri asiatici che sono bravi pure loro quando vogliono.
Qualche giorno fa (forse un po' di più di qualche giorno), poi, Erica de Il Bollalmanacco di CInema ha scritto su Facebook che questo film faceva paura.
Insomma, una specie di congiunzione astrale ha fatto sì che io inciampassi in lui e lo vedessi.

Mentre Tun e Jane tornano in auto da una cena, investono e uccidono una ragazza, ma scappano spaventati. Da quel momento, uno spirito si insinua nelle loro vite.
La vicenda si complicherà ulteriormente quando scopriranno che tutti gli amici di Tun sono morti suicidi.

Ho provato mille volte a scrivere questo post, a riassumervi la vicenda, a dirvi cosa ne penso.
Sono giunta alla conclusione che sia meglio partire proprio da quella.
Dalla conclusione.

L'apparenza inganna sempre, vero?
Pensi che un film non ti farà mai paura, e invece non ci dormi la notte.
Pensi che il tuo ragazzo sia la persona migliore del mondo e invece è complice in una vicenda orribile.
Niente è come ce lo aspettiamo, almeno in Shutter.

Perchè proprio quel Tun così carino, così dolce, così somigliante ad Orlando Bloom, ha l'anima macchiata di uno di quei crimini che ti sporcano in modo indelebile, o almeno così mi auguro.
Nessuna ragazza è stata investita, quella notte.
Quella prima, spaventosa, apparizione, non è altro che il primo tentativo di allerta di una povera ragazza che ormai non aveva più niente da perdere.
Jane è preoccupata per tutti quei fenomeni paranormali che colpiscono lei e il suo ragazzo, e vorrei ben vedere. Le fotografie non riescono più bene, ci sono indizi disseminati ovunque.
L'unica possibilità è di seguirli, nella speranza che conducano alla soluzione del problema.
E ci si arriva, non preoccupatevi.


Nel frattempo, tutti gli amici di Tun sono morti, suicidi. Tutti nello stesso modo.
Tun è il prossimo, senza dubbio.
Quello che Jane non riesce a capire è PERCHE'.
E quindi indaga, va sempre più a fondo, si lascia guidare. Sembra quasi che inizi a fidarsi del fantasma.

Perché, dettaglio non insignificante, un fantasma non nasce mai come tale. E' sempre quello che resta di una persona in carne ed ossa.
Questa, di persona, si chiamava Natre, era una ragazza apparentemente silenziosa e quieta, quindi subito indicata come sfigatella.
Ma anche gli sfigatelli si innamorano, pare. E quando ti innamori, c'è poco da fare, soprattutto se sei così ingenua e magari sprovveduta. Non ti accorgi di chi hai realmente davanti. E questo, purtroppo, non sono solo i film a dircelo.
Natre si innamora di Tun. Ma se il suo sentimento è diventato così grande e importante è perchè LUI ha innaffiato il fiorellino. L'ha frequentata, magari l'ha fatta sentire speciale per un po'. E cosa importa se quando sono in giro con gli amici fingo di non conoscerti perché mi vergogno, mi farò perdonare stasera tra le lenzuola con qualche parolina dolce.
Però poi Natre diventa assillante, Tun non ce la fa più e la lascia. E lei, chiaramente, soffre come un cane, perché l'amore quando finisce fa così. Fa male.
E pensi che niente possa farti ancora più male, fino a quando non vieni violentata da quegli stessi amici a cui Tun non ti aveva mai presentato. Ma soprattutto, fa ancora più male quando lui è lì, vede quello che ti viene fatto ma non solo non lo impedisce, lo immortala anche.
E mentre tu sei lì, a subire tutto questo, ti tocca anche in sorte di sentire uno dei buontemponi dire, riferendosi alle fotografie che Tun scattava: 'Dai, che questa la mettiamo sul camino e la mostriamo ai figli per Natale', o qualcosa del genere.

Quando tutto finisce, tu non reggi.
Torni a casa, dalla mamma. Perché è lì che tutti vogliamo essere quando soffriamo. Dalla mamma. E quando il trauma ti sovrasta, ti uccidi.
Ma non puoi permettere che finisca così.
Allora torni, e quantomeno cerchi di mettere in allerta Jane, che, ignara, continua a stare con Tun.

Nel frattempo, però, i responsabili li hai fatti fuori personalmente.
Se non ci ha pensato il rimorso ad ucciderli, ci hai pensato tu.
Ci ha provato anche una ragazza qui da noi, nel mondo reale, a fare una cosa del genere, e la fine che ha fatto è stata la dimostrazione di come l'umanità sia morta e la civiltà nel senso più 'romantico' del termine sia ormai inesorabilmente in declino.


Insomma, sono tutti morti, tranne Tun.
E qui, perdonate tutti i francesismi che seguiranno, arriviamo al finale, che fa una cavolo di paura benedetta.
Non è che tutto il film sia superlight, anzi, ma nel finale ti sopraggiunge una consapevolezza che ti ghiaccia le ossa, ti fa scappare immediatamente la pipì ma nello stesso tempo ti fa avere paura di andare in bagno da sola.
LEI E' SEMPRE STATA Lì.
E con lì intendo letteralmente in spalle a Tun.
Madonna che paura.
Madonna madonna madonna.
Allora io che sono lì al pc sgrano gli occhi, sobbalzo, poi mi accorgo di non essere sola nella stanza e che i miei mi guardano male allora fingo disinvoltura perchè è noto a tutti che a me i film horror non fanno paura.
Ma quanto ho dormito male, benedetto signore, quanto.

Ed è con un filmone come Shutter, che se non correte a guardarlo Natre viene a cercare pure voi, che firmo la mia prima partecipazione alle iniziative della blogosfera.
Tanti bei signorotti cum blog hanno scritto dei post, tutti a tema fantasmi, con mia somma gioia, e li trovate tutti quanti qua:

White Russian

lunedì 24 marzo 2014

The last will and testament of Rosalind Leigh

09:13
(2012, Rodrigo Gudino)



Ho da poco iniziato a lavorare in una casa di riposo.
Appena gli anziani hanno un po' di tempo per parlare (o meglio, appena IO ho un po' di tempo da dedicare all'ascolto) le parole più frequenti sono 'mio figlio', 'mia figlia', 'i miei figli'.
Spesso si lamentano della loro mancanza, di quanto poco gli fanno visita, spesso raccontano aneddoti, spesso li lodano.
Ma quella dei figli, anche di quelli che non vedo venirli mai a trovare, è una presenza tangibilissima.

Per questo, quando ho visto Rosalind Leigh non ho fatto altro che pensare ai miei amati nonnini, e a tutti i nonnini che non conosco ma che nutrono la stessa adorazione per i propri figli che spesso sono troppo presi dalla loro vita per rendersene conto.


Come Leon, per esempio, un uomo la cui madre viene a mancare dopo molto tempo che i loro rapporti si erano allentati.In seguito al decesso il figlio erediterà tutti gli averi della defunta e si reca nella casa di quest ultima per gestire le varie questioni.

Un'ora e mezzo di film che ruota interamente intorno ad un solo attore (nemmeno troppo bravo, ad essere sinceri) e una sola location. C'è poi, a nuotargli attorno, la presenza di questa strana madre, personaggio che si rivelerà per quello che realmente è solo alla fine.
Inizialmente ci viene fornita l'immagine di una fanatica religiosa, appartenente ad una setta che idolatra l'immagine degli angeli, ed anche un po' fuori di testa (che poi per me lo siano tutti gli estremisti religiosi è un altro discorso), nonchè pessima madre. Abbastanza agghiacciante è il racconto del gioco delle candele a cui sottoponeva il povero figlio già da piccolo dichiaratamente ateo.


Su questa immagine costruita della iperreligiosità della madre, la casa è un ambiente spaventoso, pieno di statue, icone, immagini sacre, candele, scura, cupa, fa una paura dannata. Ed è in questo ambiente inquietante che anche il figlio rivela di non stare troppo bene, le conseguenze di un siffatto genitore si fanno sentire nelle sue debolezze che emergono man mano che la sua permanenza trascorre.

La luce del sole si vede poco e niente, è tutto buio e scuro, come se la solitudine schiacciante di queste due persone non lasciasse scampo alla luce della speranza. Perché è intorno a questo che ruota tutto il film. Se si stia parlando di fantasmi o di persone che non stanno troppo bene con la testa non è mai troppo chiaro, il confine è volutamente annebbiato. E questo non fa altro che incrementare la paura in quei due o tre spaventi ben assestati che il regista ci infligge. 


Certo, i film perfetti sono sicuramente altri, ma forse quando un film ti ricorda che un 'ti voglio bene' può salvare una vita, allora ha sicuramente fatto un gran bel lavoro.

domenica 23 febbraio 2014

ESP - Fenomeni Paranormali 2

09:22
(2012, John Poliquin)



ESP - Fenomeni Paranormali (senza il 2 dietro, per intenderci) parlava di una troupe televisiva che entrava in un ospedale psichiatrico a girare delle riprese per verificare la reale presenza o meno di eventi paranormali all'interno dell'edificio.

ESP - Fenomeni Paranormali 2 parla invece di Alex, aspirante regista di film horror che crede sia una buona idea entrare nell'ospedale psichiatrico sede del primo film per controllare se gli eventi lì narrati fossero finzione o avvenuti realmente.

Il (solo?) punto a favore del film è l'idea di partenza. Mettere il film precedente in discussione, rivalutarlo, indagare, non è affatto male. Guardiamo film tutti i giorni partendo dal presupposto che niente è vero, e questo 'dettaglio' è di fondamentale importanza soprattutto quando si guarda un horror. Se si vedesse una commedia romantica 'reale' sarebbe come guardare un filmino di nozze, non è niente di che. Un film horror vero diventa snuff, e noi che lo guardiamo passiamo dall'essere semplici appassionati di un genere a non troppo sani di mente.
Quindi è un punto di vista interessante.
Peccato che finisca lì. La parte interessante, dico.


Il protagonista, Alex, the king of imbecilli, è uno youtuber appassionato di horror che sogna di girare il proprio film. Quando gli balza all'orecchio che forse ESP riprende eventi reali, uh, si emoziona un casino e segue gli indizi che un altro utente Youtube gli manda per scoprire l'arcano. Lo sapete come si chiamava l'utente? La morte aspetta. Ma dico, può essere un buon segno una cosa del genere? E infatti.
In generale, comunque, il Q.I. non è straordinario, ecco, diciamo che i ragazzi non eccellono per doti cognitive.
Manco i traduttori, tra l'altro, visto che hanno tradotto torture porn con porno horror. L'hanno fatto davvero. 

Siccome nessuno di loro prenderà mai il Nobel per la scienza, capite che anche i dialoghi lasciano perplessi. Va da sè che non vinceranno mai manco il Pulitzer. Esempio?
Signora: 'Si, John è uscito, ha detto che torna tra poco.'
Alex: 'Ma è vivo?'
Ora. Io capisco che parlando con gli anziani il rischio di demenza senile è alto e va bene tutto. Capisco anche che il dubbio sia lecito, vista la fine che avevano fatto gli altri.
Ma sono domande da fare?


Dopo varie vicissitudini i ragazzi riescono a entrare nell'ospedale. E io ancora dopo più di mezzora di film non capisco perchè. Perchè siete deficienti, ecco perché. Una volta dentro, il film cala vertiginosamente. Non che prima fosse il capolavoro del nuovo millennio, ma quantomeno aveva trovato una sua originalità. Originalità che poi va completamente persa nei corridoi insieme alla mia voglia di continuare a vedere il film.
Non fa paura, ma questo ce lo aspettavamo, ma nemmeno uno spaventino piccino picciò, proprio niente. I fantasmi non inquietano, i ragazzi sembrano spaventati quanto me in questo momento (per dovere di chiarezza, no, non sono spaventata), non ci sono risvolti inaspettati nella trama, non ci sono morti che rimangono impresse. Ma niente di niente, il nulla cosmico. Ah, no, ad un certo punto il fantasma decide di terrorizzarci a morte e lo fa aprendo la bocca e basta.

Ad inizio film però ci sono una serie di Youtuber che fanno recensioni positive sul primo ESP. (tranne Alex, perchè lui di cinema se ne intende, se non fosse chiaro) avrei dovuto capirlo cosa stavo per vedere. Avrei. Dovuto. Capirlo.

mercoledì 29 gennaio 2014

V/H/S

12:55
(2012, registi vari)



Io non so come uscirne da questa cosa che i found footage mi piacciono da impazzire.
Lo so che è sbagliato, avete ragione. Sto cercando di smettere, ma è difficile.
Se poi ti prende la Ti West fever con la scusa che tra 'solo' 4 mesi esce il suo nuovo film, me lo spiegate come fa una ragazza debole come me a non guardare V/H/S?
Appunto.

Episodio cornice: Tape 56, di Adam Wingard


Alcuni vandali vengono assoldati per entrare in casa di un anziano signore a recuperare una videocassetta. Sul posto scoprono che il signore è morto e iniziano a vedere alcune videocassette per trovare quella giusta.
Come 'episodio cornice' fa schifo.
Pardon, argomentiamo.
L'idea è buona e funzionale. Ci introduce l'argomento 'vhs' in modo non forzato, perchè poi i vari episodi che vedremo sono il contenuto delle varie vhs. Peccato che poi sia fatto male.
La cosa che ho detestato più d tutte, e che coinvolge anche alcuni degli episodi, è che evidentemente i registi credono di essere gli unici in grado di maneggiare macchine da presa senza tremori da Parkinson. Mi spiace, non è così. Anche le macchinette da profani possono avere movimenti abbastanza fluidi, non c'è bisogno che mi facciate venire la nausea per dare un senso di realtà.
Troppo caotico e poco chiaro, nemmeno i dialoghi sono a posto, e non penso che ci sia bisogno di spaccare la televisione per attirare l'attenzione.

Episodio 1: Amateur Night, di David Bruckner


Tre amici conoscono due ragazze in un locale e decidono di portarsele a casa. E a letto. Non finisce come speravano.
Personaggi idioti al limite dell'inumano, per un episodio che parte anche divertente, perché questi tre sono davvero davvero sfigati, e che si conclude davvero bene, in modo forse non originalissimo, ma che con la sola interpretazione della ragazza dall'aria poco lucida che vedete qui sopra riesce a essere inquietante ma anche triste e tenero, in una certa maniera.
Certo, la sua amica era di sicuro meno lucida di lei.

Episodio 2: Second Honeymoon, di Ti West


Un lui e una lei vanno in vacanza, ma pare che qualcuno li segua.
Ti hanno pagato poco, vero, Ti?
Episodio bruttino, ma tu nel 2011 avevi da fare con The Innkeepers, non avevi tempo da dedicare a questa cosa, io ti capisco, lo so.
Non fa niente.
Il mock più insensato di tutti, camera accesa SEMPRE. Per nessun motivo. Avrei apprezzato che ci fosse solo la camera del 'seguitore', per esempio, avrebbe avuto senso, forse. Visto poi come si conclude la vicenda (colpo di scena sì, ma nemmeno troppo grosso), l'ho trovato davvero inutile. Soprattutto visto che non mi dai una spiegazione UNA CHE SIA UNA.
C'erano soluzioni molto meno drastiche, mica c'era bisogno di fare tutto sto casino.
Peccato.

Episodio 3: Tuesday the 17th, di Glenn McQuaid


Quattro amici vanno in campeggio, per poi scoprire che proprio quel posto è la dimora di un assassino. Citazionista fino al plagio, ma solo per le caratteristiche iniziali.
Anche qui, videocamera inutile, sviluppo poco divertente o stimolante, un episodio che passa inosservato, non dà fastidio, sicuramente non è bello.
Per salvare il salvabile, l'assassino che non si può riprendere non è una brutta idea.
Per il resto, dimenticabilissimo.

Episodio 4: The Sick Thing That Happened To Emily When She Was Younger, di Joe Swanberg


Emily ha da qualche giorno dei fastidi. Prima un gonfiore al braccio senza apparente ragione, poi rumori sospetti in casa. Di queste preoccupazioni parla con il suo ragazzo su Skype.
PER-FET-TO.
Tutto l'episodio è visto dalle conversazioni Skype della coppia (geniale! geniale! geniale!), in un rapido crescendo di tensione fino allo shockante e amaro finale. Scritto bene, interpretato bene (Emily è adorabilmente brava, tanto complicato e tenero il personaggio quanto pacata e intelligente lei nella resa), riesce a toccare diversi argomenti in poco tempo senza risultare incasinato o esagerato.
Bello davvero, un pochinino doloroso alla fine.

10/31/98, di Radio Silence


This is Halloween, this is Halloween.
Essendo Halloween (mica cito Jack per niente, io) alcuni amici vanno in cerca di una festa, e ne trovano una.
Oddio, non proprio.
Anche questo ultimo episodio non è male, ricorda molto alcune leggende metropolitane che non vi dico perché ho lo spoiler facile di questi giorni. Devo dire che la mia concentrazione alla fine è andata scemando, quindi forse non me lo sono goduta come merita. Ho trovato alcune cose un pochino senza senso, o comunque non particolarmente chiare, ma nel complesso si gode bene, sembra un po' più ragionato di altri e questo è sicuramente un complimento.

Alla fine della fiera, V/H/S non è affatto male, se si fa una media simil-matematica una bella sufficienza se la porta a casa.
E di questi tempi è una cosa più unica che rara.




giovedì 23 gennaio 2014

The Pact

10:23
(2011, Nicholas McCarthy)


Annie è costretta a tornare nella casa della sua infanzia dopo molto tempo per assistere al funerale dell'odiata madre. Dopo la scomparsa della sorella, però, si troverà ad affrontare fantasmi (reali o metaforici?) del suo passato.

Avete presente quando guardate un film horror e pensate: 'Ma come si fa a reagire così? Ma io sarei già corsa fino in Azerbaijan!'?
Fastidioso, vero? Toglie molti punti al film.
Ecco, il primo, grandissimo, punto che rende The Pact il bel film che è, è il fatto che la protagonista ha una paura maledetta. Talmente paura che si sveglia da un incubo e corre fuori di casa in mutande, cerca di accendere la moto per scappare il più lontano possibile. Che è la reazione che, dettaglio della moto a parte, avrei io e penso anche una buona parte di voi.
FINALMENTE.
Non è che si trasforma in una supereroina in borghese, è una tipa normale, che se la fa addosso, ma fa il possibile per liberarsene. Continuando iperterrita a farsela addorso.
Bravò, Nicolà.


A parte ciò, un dato oggettivo è che sto film fa una gran paura. Ho contato un minimo di tre salti sulla sedia di quelli che manco un campione olimpico, e una costante d'ansia dall'inizio alla fine. Certe scene toccano picchi di tensione allucinanti. Me la sono fatta sotto insieme alla povera Annie,e forse anche più di lei. All'arrivo della medium ho sentito l'inquietudine incombere su di me come una spada di Damocle che mi sono cercata da sola.

Ecco, ho trovato qualche problemino di sceneggiatura, quello sì. Senza rivelare troppo, non mi hai spiegato dove finisce la bambina per tutto il film. Ogni volta che Annie scappava io pensavo 'Ti sei scordata la piccina', invece a quanto pare no. Ma dov'era? Sembra una piccolezza, ma è una mancanza. Così come non rivela altre cose che si capiscono tranquillamente, ma senza la spiegazione finale sembrano quasi irrisolte.
Ma siccome McCarthy ci sa fare, perdono tutto.


Da guardare rigorosamente canticchiando Lady Gaga.


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